La nascita e le origini dei proverbi siciliani

I proverbi o detti, definizione alla mano, sono delle brevi frasi dalle antiche origini che raccontano ed esprimono in forma incisiva un pensiero, una situazione, un’esperienza dal punto di vista della tradizione e degli antichi.

In molti lì definiscono anche come delle massime legate agli usi e ai costumi dell’antichità per rappresentare l’espressione della saggezza popolare.

I proverbi sono stati utilizzati in tutte le antiche civiltà e sono diffusi in tutto il Mondo e riportano storie, aneddoti, usi comuni, consigli, profezie, previsioni metereologiche e molto altro. In molti casi tra regioni e regioni, e anche tra differenti Nazioni, sono presenti gli stessi proverbi che rimandano allo stesso significato o ad uno simile.

In Sicilia, come in tutte le Regioni italiane, c’è una lunga tradizione legata ai proverbi che però presenta delle particolarità dovute al mix delle diverse dominazioni che la nostra terra ha subito nel corso della storia.

Questo mix di culture e di popoli tra greci, romani, arabi, bizantini, normanni, spagnoli e altri ancora ha dato origine ad una serie di proverbi e detti che raccontano la tradizione popolare come tutti gli altri, ma sono arricchiti dal suono delle parole in siciliano e dal mix di culture.

Sulle origini e sulle prime apparizioni non ci sono certezze storiche. Sicuramente i proverbi venivano utilizzati e tramandati oralmente da generazione a generazione sin dai primi popoli che hanno abitato la nostra isola.

I proverbi siciliani riportano dei fatti legati al lavoro, alle tradizioni, alle vicende familiari, al rapporto con la proprietà (“la robba”), alle condizioni metereologiche, alla vita quotidiana, alla povertà e alle semplici ricchezze della vita di chi ci ha preceduto.

Il bello dei proverbi è che, nonostante le antiche origini, riescono ad essere nella maggioranza dei casi sempre attuali.

Nel dettaglio ecco una selezione di alcuni dei proverbi siciliani più noti:

A megghiu parola è chidda ca ‘un si dici (La miglior parola è quella che non si dice)

Ci rissi ‘u surci ‘a nuci: “Dammi tempu ca ti perciu” (Il topo disse alla noce: “Dammi il tempo che prima o poi ti apro”)

Cu spatti avi a megghiu parti (Chi divide ha la parte migliore)

Futti futti ca Diu pirduna a tutti (Frega frega che Dio perdona tutti)

Nuddu si pigghia si un s’assumigghia (Nessuno si prende se non si somiglia)

Agnieddru a ‘ssucu… e finì lu vattiu (Agnello al sugo… ed è finito il battesimo/la festa)

Cu nasci tunnu nun pò moriri quatratu (Chi nasce tondo non può morire quadrato)

Chiù scuru di mezzannotti nun po’ fari (Più buio di mezzanotte non può fare)

Chista è a ‘zzita, cu a voli sa marita (Questa è la fidanzata, chi la vuole, se la sposa)

Cu li sordi ‘ntasca è sempri Natali e Pasqua (Coi soldi in tasca è sempre Natale e Pasqua)

La matinata fa la iurnata (La mattinata fa la giornata nel lavoro)

Conzala comu voi, sempri cucuzza è! (Preparala come vuoi, sempre una zucchina rimane!)

Cu `un fa nenti `un sbaglia nenti (Solo chi non fa niente non commette errori)

U pisci feti ra testa (Il pesce puzza dalla testa)

A morti sula ‘un c’è riparu (Alla morte solo non c’è alcun riparo)

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