La guida per visitare il Parco archeologico di Selinunte (orari e biglietti)

A circa 15 km dal centro abitato di Castelvetrano, su una spianata posta su due avvallamenti e affacciata sul mare, sorge l’area archeologica di Selinunte, il più grande parco d’Europa.

La colonia greca più occidentale della Sicilia venne fondata nel 628 a.C. dai Megaresi di Sicilia per mano della colonia di Megara Hyblaea (presente nel territorio dell’attuale Augusta, in provincia di Siracusa), in un’area ideale per sviluppare gli scambi commerciali grazie alla posizione geografica e all’esistenza di due porti-canali (attualmente insabbiati).

L’origine del nome deriva dalla presenza nell’area e in tutta la regione del prezzemolo selvatico, chiamato dai greci Selinon, che divenne uno dei simboli della colonia. I templi di Selinunte sono indicati con le lettere dell’alfabeto perché non si sa con certezza a quali divinità fossero consacrati, ad eccezione del tempio di Hera (E) e del tempio di Zeus (G).

La storia e le origini della colonia greca di Selinunte

Selinunte, proprio per la sua posizione, toccò l’apice dello sviluppo economico e territoriale nel V secolo a.C.; questo periodo florido durò fino al 409 a.C. quando, dopo dei contrasti con la vicina Segesta, la colonia di Selinunte venne distrutta dai Cartaginesi guidati da Annibale mentre aspettava invano i rinforzi arrivati in ritardo dalle alleate Agrigento e Siracusa.

Dopo decenni di vicissitudini l’Acropoli rimase sotto il dominio dei Cartaginesi i quali modificarono l’impianto urbanistico con una serie di costruzioni, anche a ridosso dei templi; l’aspetto rimase così fino a quando, dopo la prima guerra punica, Selinunte venne definitivamente abbandonata.

Nel corso della storia un violento terremoto durante l’epoca bizantina distrusse i templi e gli altri monumenti. Selinunte nel corso dei secoli successivi venne ricoperta dalla sabbia e dalla diffusione della macchia mediterranea e quasi dimenticata, fino a quando lo storico siciliano Tommaso Fazello nel XVI secolo, dopo una serie di studi, asserì che su quella area sorgeva l’antica colonica greca.

A partire dal ‘700 Selinunte venne riscoperta dai viaggiatori e studiosi dell’epoca che iniziarono a valorizzare e a tutelare l’area compiendo vari studi che portano al ritrovamento di alcune mètope (come quelle dei templi C ed E, ritrovati nel 1800 dagli archeologi inglesi William Harris e Samuel Angell). Da allora tanti studiosi come Lo Faso, Cavallari, Salinas, Patricolo e Gabrici proseguirono gli studi dell’area ritrovando altre mètope, l’acropoli, la necropoli di Manicalunga e la parte Nord del Santuario della Malophoros. L’area è continuamente oggetto di studi con diverse campagne di scavi portano alla luce nuovi templi e nuove aree tutte da scoprire.

Cosa vedere nel Parco archeologico di Selinunte: la guida sui posti da visitare

L’ingresso al Parco Archeologico di Selinunte, dopo il passaggio dalla biglietteria e un breve tratto di strada, regala subito un panorama unico: da una parte si staglia innanzi alla vista il monumentale Tempio di Hera (sulla destra), mentre in lontananza dall’altra parte, quasi ad emergere dal mare, si nota il Tempio C situato sulla collinetta (sulla sinistra).

panorama Selinunte Tempio Hera
Panorama Tempio Hera all’ingresso del Parco
panorama Tempio C di Selinunte
Panorama Tempio C

Questa doppia vista vale già il prezzo del biglietto, ma la visita dell’area archeologica di Selinunte regala altre emozioni, oltre ad un affascinante viaggio nella storia della Sicilia e delle sue dominazioni.

Iniziamo la nostra visita incamminandoci verso il Tempio di Hera (o Tempio E). Il Tempio di Hera, così come lo vediamo, è frutto di una ricostruzione per anastilòsi avvenuta nel ‘900 e sostenuta dal soprintendente Marconi-Bovio. Si tratta di un tempio in stile dorico risalente al V secolo a.C.; è un periptero esastilo con 38 colonne (6 e 15 per ogni lato) e una base di tre gradini e, nella sua forma originale, possedeva un pronao e opistodomo in antis, cella e adito. Dal pronao e dall’opistodomo di questo tempio provengono le 4 mètope, ritrovate dal Cavallari, le quali sono state ricomposte ed esposte al Museo Archeologico Salinas di Palermo.

Le mètope raffigurano rispettivamente Eracle in lotta con l’Amazzone, che tiene i capelli; le nozze fra Zeus ed Hera; Atteone che sta per tramutarsi in un cervo, assalito dai suoi cani aizzati da Artemide e Athena in lotta contro il gigante Encelado.

Tempio E di Selinunte
Il Tempio E (Hera) di Selinunte

L’ingresso al tempio è preceduto da una scala di 8 gradini. Il ritrovo di una dedica ad Hera ha fatto dedurre agli studiosi che il tempio fosse stato eretto per venerare questa divinità, anche se non mancano altre ipotesi che attribuiscono il tempio ad Afrodite. Gli studi eseguiti all’interno dell’area sono giunti a conclusione che prima della costruzione del Tempio di Hera ci fossero due piccoli templi: il Tempio E1 e E2, risalenti al VI e V secolo a.C., entrambi andati distrutti e sostituiti.

I resti dei Templi F e G, le Cave di Cusa e lu fusu di la vecchia

Proseguendo sulla strada principale ritroviamo i resti del Tempio F, il più piccolo dei tre presenti sulla collina orientale. Il tempio, costruito in stile arcaico intorno al 560-520 a.C., era un periptero esastilo con una struttura composta da 36 colonne (6 e 14 per ogni lato) con 20 scanalature e un vestibolo con un secondo ordine di colonne. Il peristilio era chiuso da un muro di transenne di pietra alte fino a 3 metri che è stato aggiunto successivamente per nascondere le pratiche di culto e per garantire un minimo di riservatezza. Anche questo tempio ci ha regalato due mètope, risalenti alla seconda parte del VI secolo a.C., di ispirazione attica e cicladica che riprendono il tema della gigantomachia. Le due mètope raffigurano Dionisio che sta per uccidere un gigante ed Athena vittoriosa su Encelado. Queste due mètope, anch’esse esposte al Museo Salinas di Palermo, hanno alimentato l’ipotesi che il tempio fosse stato eretto in onore proprio di Dionisio o Athena (anche se mancano conferme).

A fianco sono visibili i resti del Tempio G che secondo un’iscrizione rinvenuta dovrebbe essere consacrato a Zeus. Nella mente di chi lo ha progettato doveva essere il più grande di Selinunte e uno dei più grandi templi dell’epoca greca. Al momento della distruzione della colonia nel 409 a.C. era ancora in fase di costruzione, come attestano i rocchi di colonna ancora visibili nelle vicine Cave di Cusa (un pannello descrittivo spiega come venivano lavorati e trasportati).

resti del Tempio G e lu fusu di la vecchia
I resti del Tempio G e la colonna di lu fusu di la vecchia

La struttura originale è a periptero ottagonale con 46 colonne alte 16,27 metri (8 e 17 per ogni lato) e delle dimensioni complessive di 49,97 x 109,12 metri. Per rendere l’idea della grandezza nell’800 è stata rialzata una colonna, chiamata “lu fusu di la vecchia”, che dalla dimensione somiglia quasi ad una torre; inoltre basta guardare tra i ruderi presenti le dimensioni dei resti di alcuni capitelli per notare il poderoso progetto iniziale. Gli scavi su quest’area ci hanno regalato la fondamentale “Grande Tavola Selinuntina” (esposta al Museo Salinas di Palermo), risalente al V secolo a.C., che ricostruisce i culti della colonia.

Il museo del Baglio Florio e la collina di Manuzza

La nostra visita prosegue dirigendoci verso il Baglio Florio, una struttura ottocentesca che ospita il museo del parco archeologico di Selinunte con l’esposizione dei vari reperti rinvenuti, mostre, rappresentazioni multimediali e anche l’esposizione dei resti del Tempio Y, un tempio periptero di dislocazione sconosciuta.

Dopo la visita al complesso museale e una piccola sosta in una delle panchine collocate sotto gli alberi, ci incamminiamo per visitare le altre zone del parco archeologico. Dopo una discesa ci ritroviamo ad un bivio dove a destra abbiamo l’area della collina di Manuzza, mentre a sinistra la strada ci conduce verso l’Acropoli e gli altri templi.

Sulla collina di Manuzza sorgeva l’antica Agorà di Selinunte con una pianta trapezoidale simile a quella di Megara Hyblaea. Gli scavi nell’area hanno fatto rinvenire parte dei muri di un edificio monumentale costruito sulla roccia, risalente alla prima parte del V secolo a.C., di cui sono visibili le fondazioni. Nell’area si sviluppava l’impianto urbanistico con le botteghe, i luoghi di culto, le sale per riunioni e altre strutture dell’assetto urbano dell’epoca.

Sulla collina di Manuzza sono state ritrovate alcune tombe punico-ellenistiche risalenti al IV secolo a.C., mentre oltre l’abitato urbano, a nord-est della collina, è situata la necropoli di Galera-Bagliazzo (più antica VII-VI secolo a.C.) con numerose tombe composte da blocchi di pietra squadrata e ricoperte da poderosi lastroni da cui sono stati recuperati numerosi corredi funerari con vasi, ceramica e vari suppellettili. Tra i tanti reperti rinvenuti c’è anche la statua bronzea dell’Efebo di Selinunte, esposta al Museo Civico di Castelvetrano.

In quest’area inoltre sono visibili i resti della cosiddetta Torre Manuzza, una torre risalente al XVI secolo nei pressi della quale si trova anche una muraglia a protezione, differente da quella arcaica. Infatti, per gli studiosi la costruzione risale al periodo successivo all’assalto cartaginese.

Tornando indietro, al bivio possiamo proseguire verso l’area dell’Acropoli e degli altri templi (in caso di poco tempo a disposizione potete saltare la visita alla contrada Manuzza) percorrendo un tratto di strada che, dopo alcune aree pic-nic in cui è possibile sostare per rifocillarsi e riposarsi sotto l’ombra degli alberi, ci conduce in uno spiazzale da cui salendo ci addentriamo nell’Acropoli.

Il sistema difensivo, la Casa del Viaggiatore e l’Acropoli di Selinunte

Percorrendo la salita notiamo il sistema difensivo che circonda i margini dell’acropoli, costituito da un muraglione a gradini e una cinta di mura da 2-3 metri a blocchi squadrati con torri, porte e le cosiddette postierle (piccole porte d’accesso) che servivano a difendere l’area dalle invasioni via mare. Il sistema difensivo, datato tra il V e il IV secolo a.C., è stato più volte restaurato e quello attuale risale alla successiva ricostruzione dopo la distruzione dei cartaginesi che ha cancellato le tracce delle mura di fortificazione della città arcaico – classica.

sistema difensivo di Selinunte
il sistema difensivo dell’Acropoli

Dopo aver costeggiato il sistema difensivo si arriva alla Casa del Viaggiatore e alla Torre di Castore e Polluce, chiamata così in passato per la presunta vicinanza di un tempio dedicato ai due gemelli. La torre, costruita nel XVI secolo per difendersi dagli attacchi dei pirati turchi, non è stata mai definitivamente completata ed è arrivata ai giorni nostri nell’aspetto attuale. Nella casa, usata come foresteria dagli studiosi nelle varie campagne di scavi, sono esposti alcuni pannelli che ripercorrono la storia della torre.

La struttura dell’Acropoli è divisa in quartieri da due arterie principali larghe 9 metri, intersecate da altre stradine. Di fronte allo spiazzale della Casa del Viaggiatore inizia la visita dell’Acropoli partendo dai resti del Tempio O e del Tempio A, i più recenti dell’Acropoli, infatti sono datati intorno al 490-460 a.C. Le due costruzioni avevano una struttura di dimensioni modeste.

Acropoli di Selinunte

Il Tempio A era periptero esastilo con 36 colonne (6 e 14 per ogni lato), nel pavimento del pronao sono stati ritrovati dei simboli riferenti alla Dea Tanit, del caduceo ed una testa di toro circondata da foglie di alloro. Il Tempio O, invece, è la struttura costruita più a sud nell’Acropoli, vicino alla costa. Nelle forme e nelle caratteristiche il Tempio O è quasi uguale al Tempio A, tanto che secondo alcune ipotesi erano stati edificati insieme per i due eroi greci Castore e Polluce o, per altri studiosi, per Poseidone. Nell’area, oltre a dei pannelli esplicativi che possono rendere l’idea, sono visibili il basamento, i tamburi scalanati e l’ara.

Proseguendo sulla destra troviamo i resti del Tempio B risalente al periodo ellenistico (intorno al IV secolo a.C.), quindi successivo alla caduta della colonia, quando Selinunte era in mano punica ma ancora con una forte presenza di popolazioni greche. Il Tempio B era di tipo prostilo tetrastilo, con 4 colonne ioniche e trabeazione dorica. All’interno, nell’area tra il pronao e una cella, si conserva il basamento su cui all’epoca era posta una statua di culto. Lo studioso Hittorf nell’800 tra i resti del Tempio B intuì delle tracce di colori nell’intonaco dando via ad una serie di studi e di tesi sulla policromia nell’età antica.

L’ultima scoperta del Tempio R, i templi C e D e il Tempio delle piccole mètope di Selinunte

Ad ovest del Tempio B e a sud del successivo Tempio C è stato recentemente scoperta l’area del Tempio R, composto da 3 ambienti: una cella, un adyton e un altro ambiente non comunicante. La prima costruzione risale al 580 a.C. anche se nel corso delle dominazioni è stato più volte restaurato. Gli scavi nell’area hanno regalato un ricco deposito votivo con sculture, statuette e altri oggetti in cui in molti casi è raffigurata Demetra, una scelta che fa supporre che il Tempio R fosse dedicato proprio alla dea della terra.

Poco dopo giungiamo dinanzi ai resti del Tempio C, eretto intorno la metà del VI secolo a.C. sul punto più alto dell’avvallamento e visibile in lontananza sin dall’ingresso del parco archeologico. Questo tempio era il più grande e antico dell’acropoli; in seguito a degli studi e al ritrovamento di una dedica, si ipotizza fosse attribuito ad Apollo.

Tempio C di Selinunte
Il Tempio C di Selinunte

Il Tempio C era un periptero esastilo con 42 colonne (6 e 17 per ogni lato) con le quattro angolari con un diametro maggiore rispetto alle altre. Nel 1925 si decise di rialzare le 12 colonne coi capitelli e le trabeazioni e altre 2 rimaste incomplete. Dagli scavi dell’area sono stati rinvenuti frammenti di 3 mètope, sapientemente ricomposti dal barone Pietro Pisani e esposte al Museo Salinas di Palermo, insieme a dei frammenti di una imponente maschera di Gorgone a bassorilievo. Le tre mètope raffigurano rispettivamente la quadriga di Helios; Perseo che, assistito da Athena, uccide la Gorgone; Eracle che trascina i ladroncelli Cercopi appesi a una pertica.

Nella parte più a nord dell’Acropoli era collocato il Tempio D, innalzato tra il 570 e il 554 a.C., sempre a forma periptero esastilo (6 e 13 colonne per ogni lato), dedicato secondo alcuni studiosi ad Athena. Nei pressi dei templi C e D sono visibili i resti di nuovi tessuti urbani che, dopo i crolli, hanno inglobato quest’area.

Poco lontano dall’angolo nord-est del tempio D è visibile il basamento di un piccolo tempietto arcaico, chiamato “tempio delle piccole metope” (Tempio Y) con l’ara in corrispondenza del fronte orientale. Questo tempio, ricostruito parzialmente all’interno del Museo Baglio Florio, era adornato da alcune mètope, di cui sono state recuperate 6 esemplari dagli studiosi Salinas (a fine ‘800) e V. Tusa (dopo il terremoto del Belìce nel 1968). Le sei mètope, accuratamente riassemblate ed attualmente esposte al museo Salinas di Palermo, sono datate nel periodo compreso tra l’VII e il VI secolo a.C. e raffigurano rispettivamente: Europa sul toro; la triade delfica; una sfinge alata; Eracle e il toro cretese; Demetra e Kore su quadriga e l’ultima con Demetra, Kore ed Hekate.

Il Santuario di Hera e l’area sacra del Santuario della Malophoros

Dall’Acropoli, attraverso un ponte di epoca recente e tra i resti della cinta muraria ellenistica che circondava l’area, ci avviamo camminando per quasi 1 km verso il Santuario della Malophoros che, insieme ad altri santuari, fa parte di una vasta area sacra chiamata anche di Gàggera (per il nome della contrada).

Un’area extra urbana, costruita sin dalla fondazione della colonia nel VII secolo a.C., studiata a più riprese sui motivi della sua costruzione fuori dall’acropoli. Tante le ipotesi ancora in ballo: alcuni ipotizzano che servisse da stazione per i cortei funebri prima di arrivare alla successiva necropoli di Manicalunga. Altri pensano che la costruzione in quel sito fungesse da difesa dell’acropoli sul fianco occidentale. Altri ancora pensano che la costruzione in quest’area periferica servisse per fungere da cerniera tra Greci, Indigeni e Punici. Altri studiosi ancora ipotizzano che sia l’area in cui appena arrivati i coloni fecero il primo sacrifico agli dei.

Una volta arrivati nell’area i primi resti di un monumento sacro che incontriamo sono i resti del sacello dedicato ad Hera, dea della fertilità (dal ritrovamento di alcune statuette raffiguranti una figura femminile intenta ad allattare). Si tratta di un’area sacra adiacente a quella più grande della Malophoros, databile intorno al VI secolo a.C., anche se rimodulata nell’era punica. Nel corso dei secoli il santuario è stato ricoperto da dune di sabbia.

Dopo il Santuario di Hera è il turno del più grande Santuario della Malophoros, composto da un quadrilatero a cui si accede da un propileo del V secolo a.C., una sorta di passaggio fra due portici in antis che precedeva la via sacra. Nell’area si scorgono i resti di un piccolo altare arcaico, insieme al grande altare dei sacrifici lungo più di 16 metri, il pozzo e i ruderi del tempio. Il tempio era senza colonne e basamento ed era diviso dalle parti del pronao, della cella e dell’adito, mentre in fondo è collocata l’edicola. Tra il grande altare ed il tempio si nota una sorta di canale in pietra che attraversa tutta l’area e che veniva utilizzato per portare l’acqua al santuario dalla vicina Fontana della Gàggera, la quale a sua volta faceva parte di un altro tempio (probabilmente il Tempio M).

Dagli scavi attorno all’area del tempio è stata recuperata un’epigrafe che attesta che il Santuario era dedicato alla Malophoros, una divinità portatrice di melograno, identificabile con la Demetra dei Greci. A sud del propileo, addossato al muro di cinta, è visibile un ulteriore recinto di forma quadrata, un sacello probabilmente eretto in onore di Ecate.

Poco distante a nord del santuario è visibile un altro santuario dedicato a Zeus Melichios e a Pasicratea, un nome con il quale a Selinunte si faceva riferimento a Persefone (Proserpina). Di questa area sono visibili le fondazioni di due porticati ai lati dell’area quadrata con un propileo ad Est e parte dell’alzato di un tempietto distilo accostato al muro occidentale.

A 300 metri a nord del santuario della Malophoros nei pressi della fonte della Gàggera, invece, sono visibili i blocchi di fondazione e la parete est del Tempio M, datato intorno all’inizio del VI secolo a.C. Un tempio a forma di megaron arcaico bipartito composto da un pronao e una cella e preceduto da una gradinata e da una zona lastricata.

Nell parte ovest del santuario, invece, è collocata la già citata necropoli di Manicalunga, la più grande del parco archeologico con una grande quantità di tombe a pozzetto rettangolare coperte da lastre di tufo, alcune delle quali custodiscono ancore delle ossa. Lo studio delle tombe di questa necropoli ha fatto rinvenire vari vasi attici datati nel VI e V secolo a.C.

Nell’area del santuario dagli scavi sono emersi una gran quantità di reperti tra vasi corinzi e protocorinzi, stele, vari ex voto di epoca greca e altri reperti che hanno aiutato gli archeologi a ricostruire la storia del sito e dell’intera colonia di Selinunte.

Info generali, orari e biglietti per visitare il Parco archeologico di Selinunte e Cave di Cusa

Il Parco Archeologico di Selinunte e Cave di Cusa sorge nella frazione Marinella di Selinunte, nel comune di Castelvetrano in provincia di Trapani.

L’accesso al parco è situato nel piazzale Iole Bovio Marconi n.1, un’area che include il parcheggio gratuito, posto poco prima dell’ingresso alla biglietteria.

Per visitare Selinunte il calendario prevede l’apertura tutti i giorni dal lunedì alla domenica con gli orari 9.00 – 19.00 (ultimo ingresso alle 18.00); mentre l’annessa area delle Cave di Cusa è visitabile sempre tutti i giorni ma dalle 9.00 alle 14.00 (ultimo ingresso alle 13.00).

Per visitare il parco archeologico di Selinunte è previsto un biglietto unico di 6 euro (intero), ridotto a 3 euro per tutti i cittadini dell’Unione Europea tra i 18 e i 25 anni.

Ingresso gratuito, invece, per tutti i minorenni, ai disabili con 1 accompagnatore, al personale docente di ruolo o tempo determinato (in possesso di una certificazione), alle guide turistiche e ai docenti e agli studenti delle accademie delle belle arti e di corsi di laurea in architettura, beni culturali, lettere e filosofia e scienze della formazione (previa verifica libretto).

Ogni prima domenica del mese, invece, l’ingresso al parco archeologico è libero per tutti i visitatori.  

L’acquisto del biglietto per visitare l’area archeologica di Selinunte include la visita delle Cave di Cusa e del Castello Grifeo di Partanna (da visitare entro tre giorni dalla data di emissione del ticket).

Essendo il sito molto vasto, per visitare l’area archeologica occorrono scarpe comode e tempo a disposizione (necessarie almeno 3-4 ore); ma se avete del tempo a disposizione potete usufruire delle aree pic-nic per rifocillarvi e visitare il sito con calma, per camminare nel silenzio e lasciarvi coinvolgere e trasportare nei secoli e nella storia muovendosi tra le rovine (infatti è possibile camminare tra i resti, attorniati dalla vegetazione e dal mare).

L’area può anche essere visitata tramite delle auto elettriche, un servizio extra gestito da privati che consente di noleggiare un mezzo o acquistare un biglietto per il tour in trenino e che permette di raggiungere tutti i punti dell’area archeologica (tariffe da concordare). In alternativa, una volta giunti al museo del Baglio Florio, è possibile tornare all’ingresso, riprendere la propria auto e giungere ai piedi dell’Acropoli che si raggiungerà con una breve ma affascinante salita.

Buona visita a Selinunte, una posto prezioso non solo per gli amanti e gli studiosi della storia, ma per tutti coloro che sanno sognare.

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