La leggenda siciliana di Colapesce e la sua morale

Tra le leggende siciliane non possiamo non raccontare quella di Colapesce, l’uomo che ancora sostiene la nostra Isola. La leggenda siciliana di Colapesce, a differenza di molte altre, non si basa sulla mitologia greca (anche se alcune versione ne fanno riferimento). Le prime origini nella letteratura risalgono al XII secolo; di questa leggenda esistono varie versioni sparse per tutto il meridione d’Italia e per tutto il Mediterraneo.

La leggenda venne narrata dal siciliano Giuseppe Pitrè ma anche dal napoletano Benedetto Croce nella versione napoletana. Negli ultimi decenni anche Italo Calvino e il siciliano Leonardo Sciascia hanno raccontato questo mito nei loro romanzi.

Per la versione siciliana la leggenda di Colapesce è ambientata nel XIII secolo durante il periodo normanno guidato da Federico II di Svevia (anche se altre versioni si rifanno ad un secolo prima durante il regno di Ruggero II di Sicilia).

La leggenda di Colapesce che ancora sostiene la Sicilia e la sua morale

La leggenda, facendo un breve riassunto tra le varie versioni disponibili, narra che all’epoca girava una voce su un giovane aitante chiamato Nicola (Cola), figlio di una famiglia di pescatori, che aveva delle grandi abilità natatorie. Il giovane viveva a Messina, nella zona di Capo Peloro, e ogni giorno compiva delle strane imprese sott’acqua con lunghe immersioni alla ricerca di tesori antichi lungo i fondali marini.

Il mare era il suo habitat naturale e lui aveva delle grandi doti in acqua, proprio come un pesce (da qui il nome Colapesce). Le voci su queste incredibili doti arrivarono fino al Re Federico II di Svevia che andò a Messina e lo convocò per testare le sue qualità.

Il Re mise alla prova il giovane con tre diverse prove: alla prima occasione il Re lanciò in mare una coppa che venne recuperata da Colapesce. Il Re ci riprovò lanciando la sua corona in un tratto di mare ancora più profondo ma Colapesce non si fece intimorire e recuperò senza problemi anche la corona.

Durante queste prolungate immersioni Colapesce notò che la Sicilia era sostenuta da tre colonne (i tre promontori), uno dei quali, proprio quello di Capo Peloro, era in condizioni molto precarie perché consumato dal fuoco sotto l’Etna a metà tra Catania e Messina. Colapesce raccontò tutto al Re che però dubitò della versione del giovane accusandolo di mentire per non voler più ritornare sott’acqua.

Il giovane Cola alla fine accettò la sfida e si lanciò nuovamente in mare con un pezzo di legno per dimostrare al Re l’esistenza del fuoco (esistono altre versioni che parlano di un anello della Regina).

Colapesce, dopo l’immersione, non tornò più a galla ma il pezzo di legno riapparve bruciato sotto l’imbarcazione dell’incredulo Re (in altre versioni si parla di una macchia di sangue o di lenticchie che tornano a galla).

Al di là delle versioni Colapesce non morì ma la leggenda vuole che si trovi ancora dopo tanti secoli a sostenere una di quelle tre colonne sotto l’Etna per non far sprofondare la nostra Sicilia.

La morale della leggenda di Colapesce si basa sul grande amore e sul particolare legame che ogni siciliano ha nei confronti della propria terra.

Inoltre, la leggenda di Colapesce ci insegna che tutti noi, nel nostro piccolo, dobbiamo proteggere, rispettare e tutelare i nostri territori e che nessuno deve perdere la speranza per un futuro migliore.

Un tema più che mai di attualità nel mondo grazie al movimento green che sta coinvolgendo molti giovani che chiedono un futuro e un mondo più sostenibile.

Una parte del testo della canzone del cantastorie Otello Profazio sulla leggenda di Colapesce:

Su passati tanti jorna
Colapisci non ritorna
e l’aspettunu a marina
lu rignanti e la regina.

Poi si senti la so vuci
di lu mari ‘nsuperfici
Maestà! ccà sugnu, ccà!
‘nta lu funnu di lu mari
ca non pozzu cchiù turnari
vui priati la Madonna
ca riggissi la culonna
cà sinnò si spezzerà
e la Sicilia sparirà.

Su passati tanti anni
Colapisci è sempri ddà
Maestà! Maestà!
Colapisci è sempri ddà!

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